Il pane

Il pane

Pochi, semplici ingredienti mescolati con sapienza e destrezza, alimento essenziale, cibo e simbolo.

La storia del pane è anche la storia dell’uomo, delle sue credenze, delle sue abitudini e dei suoi costumi. Il nostro pane, il pane lievitato, nasce in Egitto e poi si diffonde in tutto il Mediterraneo, ma ancora prima, molto prima, nel Neolitico, c’è l’uomo e c’è il pane: è azzimo ed è fatto di miglio e di orzo. In Grecia nel III secolo dopo Cristo se ne conoscevano 72 diversi tipi.
Gli assiri lo cuocevano in otri di terracotta, gli ebrei su pietre roventi, i greci sotto la cenere.L’etimologia della parola potrebbe derivare dalla radice sanscrita pa- : bere o più in generale nutrirsi (da qui anche pa-sto). Il primo alimento di cui l’uomo si nutre, bevendolo, è il latte materno. Probabilmente, dunque, la stessa primarietà ed essenzialità del latte è stata attribuita al pane.
Oppure, la parola pane potrebbe essere legata sempre alla radice pa- ma col significato di sostenere, proteggere (da cui pa-dre). Cibo e segno, simbolo della natura e della cultura, nutrimento del corpo e dello spirito, intriso di valenze religiose. Emblema della fatica e del sacrificio (ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte), ma anche della gaiezza dei giorni di festa.
Frutto del lavoro collettivo, rappresenta per gli uomini l’affrancamento dalla fame, ma anche la capacità di interagire con la natura. Nel mondo contadino è rito che serve a riscattarsi dall’insicurezza e dalla precarietà dei cicli stagionali. Simbolo della condivisione: dividersi il pane, spezzare il pane, è togliersi insieme la fame, ma anche condividere il destino, fare insieme un pezzo di strada.

Per questi e per molti altri motivi:
o lo fai tu, o lo fa per te qualcuno di cui ti fidi.

Puoi aggiungere alla spesa a casa di Zolle il pane preparato da Pane e Tempesta o quello del Forno Roscioli.

“Il pane comprato”
Ignazio Silone, Il Resto del Carlino, 1965.

La notizia delle panetterie mi ha stranamente colpito. Un fatto così importante mi riesce nuovo. Sono le rivoluzioni serie, penso, quelle di cui i giornali non si occupano.
Ricordo il tempo in cui molti studenti abruzzesi, residenti a Roma o a Napoli, ricevevano periodicamente il pane dalla famiglia. Non che fosse di una qualità eccelsa o che in città non se ne trovasse di equivalente; ma era il pane di casa.
Quando visitai l’ultima volta mia nonna per dirle che ero costretto ad espatriare, la povera vecchia accolse la notizia con indicibile tristezza; la sua età avanzata rendeva probabile che non ci saremmo più rivisti. Ma la sua preoccupazione era un’altra. “Chi ti farà il pane?” mi chiese. “Non è questa la difficoltà, – risposi – pane se ne trova dovunque”. Dopo una pausa penosa ella ripetè: “Ti ho chiesto chi te lo farà”. “Non lo so, – risposi – come faccio a saperlo in anticipo? Lo pagherò per quel che costa”. “Povero figlio mio, – ella concluse con infinita compassione, – mangerai pane comprato”.